Storia del Paese


Archivio fotografico dell'Assessorato al Turismo della Provincia di Rimini, Ph Paritani

Archivio fotografico dell’Assessorato al Turismo della Provincia di Rimini, Ph Paritani

Il nome

Il nome San Giovanni in Marignano è un toponimo composto di due elementi: San Giovanni, che richiama l’intitolazione della chiesa di San Giovanni Battista in Castelvecchio, prima chiesa del borgo e databile alla prima metà del XII secolo, e Marignano, che è un antico fondo agrario, fundus rusticus Mariniani, di derivazione tardo-romana.

Le origini

Le origini di San Giovanni sono strettamente interconnesse all’evoluzione della Valle del Conca, abitata fin dal Paleolitico, con l’insediamento di alcune fra le più importanti civiltà, come quelle Umbra, Picena, dei Galli Senoni e successivamente dei Sabini, cui subentrano dal IV secolo a.C. i Romani, che fondano una serie di colonie, tra cui Ariminum, lungo il corso di quella che oggi è la via Flaminia, suddividendo il terreno in centurie, di cui restano le tracce ancora oggi. Nell”insediamento romano di San Giovanni in Marignano si trovava, con ogni probabilità, una produttiva villa sita nella zona di Madonna del Monte in territorio collinare e dedita alla produzione agricola ed al commercio con il Mediterraneo, sita nella zona di Madonna del Monte, in territorio collinare.

Castelvecchio e Castelnuovo

L’insediamento attuale è dato dalla rifondazione dell’abitato in pianura in prossimità del fiume Ventena, avvenuta probabilmente intorno alla seconda metà del XIII secolo, grazie all’opera di bonifica e rinnovamento agricolo attuata dai Benedettini Cassinesi, con una forte incentivazione dei movimenti commerciali. Il nuovo insediamento fu denominato Castelnuovo per distinguerlo da Castelvecchio, primitivo nucleo demico e che fu poi abbandonato.

L’originario impianto urbanistico di Castelnuovo era regolare: si articolava sulla “via di mezzo”, asse longitudinale del nuovo insediamento. Crescendo di dimensioni nei secoli, l’abitato si estese al di là dei confini originari, con la costruzione di diverse abitazioni, ma anche di edifici pubblici.

La Signoria dei Malatesta

Nel Quattrocento il territorio riminese era dominato dalla Signoria dei Malatesta, che gestiva possedimenti che erano sotto il controllo nominale dello Stato della Chiesa. Quando tra il 1438 e il 1442 Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini, riorganizza le difese del territorio, con la consulenza di Filippo Brunelleschi, interviene anche su San Giovanni in Marignano, dotando il paese di una nuova cinta muraria, più potente di quella duecentesca, difesa dal torrente Ventena e costituita da sei/otto torrioni e due torri portaie con ponte levatoio a sollevamento diretto.

Circa la partecipazione del Brunelleschi e la sua presenza a San Giovanni in corrispondenza con l’avvio dei lavori di ricostruzione del castello, non dovrebbero esistere dubbi visti i documenti che testimoniano i frenetici movimenti diplomatici condotti personalmente dal Signore di Rimini fra San Giovanni in Marignano e Fano, dove l’architetto fiorentino risiedeva temporaneamente per la sistemazione di alcuni dei borghi malatestiani che si trovavano al confine tra Romagna e Marche e dunque anche di San Giovanni.

 

Il Granaio e le fosse ipogee

Questo imponente impianto murario, stranamente realizzato per un borgo in pianura, aveva la funzione di difendere l’importante deposito di grano conservato nel sottosuolo del castello, ricco di fosse ipogee deputate alla conservazione cerealicola a lungo termine, che hanno dato a San Giovanni l’attributo di “Granaio dei Malatesta”. Nel XV secolo, sono attestate oltre 200 fosse da grano distribuite su tutto l’insediamento e ancora nell’Ottocento, nella strada principale, erano presenti e censiti nell’Archivio storico comunale 128 contenitori ipogei.

 

 

 

 

 

 

Dal Cinquecento all’Ottocento

San Giovanni in Marignano, dalla rifondazione al XVI secolo, vive direttamente o di riflesso la vita e le vicende storiche della città di Rimini. In particolare, nel Cinquecento, assistiamo alla contesa tra i Malatesta, la Repubblica di Venezia e lo Stato della Chiesa, che determina un periodo di crisi e impoverimento per il borgo, che termina solo quando, nel 1529, la Romagna, e quindi San Giovanni, passa sotto il dominio della Chiesa e vi resta fino al 1859, salvo la breve parentesi napoleonica dal 1797 al 1814. Nel frattempo l’impianto di San Giovanni viene ancora rimaneggiato: a livello difensivo da ricordare l’intervento realizzato tra il 1503 e il 1509 dai Veneziani, che potenziano ed allargano i torrioni, per adeguarsi all’introduzione delle armi da sparo, e a livello di insediamento nell’Ottocento, quando, in seguito ad un nutrito flusso migratorio proveniente dai centri circonvicini e costieri, vanno formandosi, lungo la direttrice principale del castello, due borghi che si estendevano subito oltre le due torri di accesso.

I due nuovi nuclei demici sono il Borgo S.Antonio che prese nome dalla chiesa omonima, Monastero dei Padri Celestini e menzionata già nel Quattrocento (oggi sede delle Maestre Pie dell’Addolorata), ed il Borgo della Scuola (oggi Piazza Silvagni) la cui forma nel Settecento è già delineata attorno ad una piazza mercato delimitata da un lato dalla torre civica e, dall’altro dalla chiesa della Beata Vergine delle Grazie.

 

Il Novecento

Negli ultimi decenni del potere pontificio e nel primo decennio del nuovo Regno d’Italia, le idee mazziniane e poi garibaldine trovarono anche a San Giovanni sostenitori convinti. Fu forte la partecipazione dei contadini ai moti agrari del 1913.

Poi arrivano la prima guerra mondiale con i suoi caduti, il dopoguerra con la progressiva occupazione del potere da parte del fascismo e la seconda guerra mondiale che coinvolse direttamente San Giovanni, situata nei pressi della Linea Gotica.
Il dopoguerra fu un periodo molto duro per San Giovanni che era un paese ancora agricolo, la ricostruzione e la riparazione dei danni di guerra fu difficile, mancava il lavoro. Come in passato, riprense l’emigrazione, soprattutto verso Svizzera e Germania. La reale ripresa si ebbe solo negli anni Cinquanta quando comincia a svilupparsi il turismo balneare nella vicina Cattolica, che stimolò le attività artigianali e fece cessare le emigrazioni. Nascque da questa nuova realtà e dallo spirito imprenditoriale la realizzazione, a partire dagli ultimi anni Sessanta, dell’area artigianale di San Giovanni, immediatamente a ridosso del casello autostradale della A14. Da paese che conobbe la sofferenza dell’emigrazioche, San Giovanni diventa luogo di immigrazione grazie alla grande produzione artigianale soprattutto nei settori della moda e della cantieristica navale.